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Intervista alla Dottoressa Michela Salvioni

Sono 62 i bambini che vivono nelle carceri italiane, pur non avendo commesso alcun reato. La legge (26 luglio 1975, n° 354) sull’ordinamento penitenziario ancora in vigore consente alle madri detenute di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni, prevedendo l’inserimento di specialisti (ostetriche, ginecologi e pediatri) negli istituti penitenziari allo scopo di tutelare la salute psico-fisica dei bambini e delle loro madri, istituendo appositi asili-nido presso le strutture penitenziarie. Nel 2011 (legge n 62) è stato poi innalzato da 3  a 6 anni il limite di età dei bambini che possono vivere in carcere con le proprie madri. La norma ha la principale finalità di dare centralità alla figura materna nello sviluppo dei bambini, tuttavia non sono pochi i problemi legati alla crescita del bambino in un ambiente carcerario, come ci spiega la dottoressa Michela Salvioni, pediatra del San Paolo di Milano che presta la sua opera presso il reparto nido del carcere  di Bollate dove sono detenute 50 mamme con i loro bambini di età compresa tra 0 e 3 anni.

Come si svolge la vita di un bambino  “detenuto” nel nido di Bollate?

Durante la giornata i bambini vengono affidati ad una struttura esterna, ma possono uscire anche con i padri o con altri parenti ammessi ai colloqui. Durante l’assenza dei bambini le madri seguono le attività del carcere come le altre detenute. In questo reparto prestano servizio tutte le agenti a rotazione, una puericultrice “educatrice all’infanzia” tutti i giorni e una pediatra una volta alla settimana. Il nuovo e importante spazio dedicato a questo reparto è a misura di bambino ed è stato realizzato con lo scopo di ridurre il disagio e la sofferenza che la situazione contingente detentiva dei genitori causa ai loro figli. Lo spazio dedicato alla nuova sezione nido comprende due stanze attrezzate con elementi di arredo speciali e certificati, bei decori alla pareti, libri e giochi didattici dedicati a questa fascia di età, un ambiente accogliente nato con lo scopo di poter essere un contributo importante per tutelare i minori, aiutare la loro crescita e preservare il rapporto genitoriale ed affettivo.

 Crescere in carcere:  quali sono per un bambino i principali problemi?

Essenzialmente tre: ambiente; alterazione del rapporto affettivo madre-bambino; rapporto simbiotico con la madre. Riguardo al primo punto, la vita dei piccoli all’interno del carcere scorre in modo anomalo, cadenzata da rigide regole: ora del pasto, del sonno, dell’uscita all’aria della madre, del colloquio con i famigliari, della passeggiata con i volontari. Riguardo l’alterazione del rapporto affettivo madre-bambino, si può osservare che il sovraffollamento, il contatto forzato tra etnie e culture diverse, le regole del carcere, creano situazioni che si ripercuotono, inevitabilmente, nel rapporto madre-figlio. Infine, la madre appare l’unica figura rassicurante e di rifermento a tal punto che quando il bambino, compiuto il terzo anno di età, viene allontanato ed affidato ad istituti o familiari,  madre e figlio vivono un trauma: la donna si attacca morbosamente al suo piccolo vedendolo come unico scopo di vita e come sostegno morale per vincere la solitudine e la desolazione del carcere e il bambino perde improvvisamente quell’unico punto di riferimento che è stata la madre per tre anni e si sente perso ed abbandonato.

Non servono giri di parole per dire che un bambino in cella non dovrebbe stare. Non vi è un altro modo per preservare il rapporto madre-figlio?

Per tutelare durante la detenzione il mantenimento sia della relazione fra figli e genitori detenuti sia il diritto del figlio alla continuità del legame affettivo e per promuovere la responsabilità genitoriale servirebbe un approccio di sistema che attivi effetti positivi non solo sui bambini, sui genitori e le loro famiglie ma anche sul sistema penitenziario e giudiziario, sui decisori politici, i media, il territorio, la scuola e la società nel suo insieme. Gli ICAM (Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri) per esempio vanno incentivati perché preservano il rapporto mamma bambino nel lungo tempo.

Può spiegare cosa sono esattamente gli ICAM?

Sono stati previsti dalla legge del 2011.  Si tratta di Istituti esterni a quelli  penitenziari, pensati con lo scopo di evitare che questi bambini passino  un’infanzia dietro le sbarre. Gli istituti sono strutturati in modo tale da non ricordare il carcere. L’intento è creare un ambiente “famigliare” che accolga le madri con i propri figli; il personale di sorveglianza lavora senza divisa e la presenza constante di alcuni educatori specializzati assicura agli ospiti, oltre che un supporto umano, anche una opportunità di formazione alle madri e un sostegno nel rapporto affettivo con i figli.

Il 21 marzo 2014 è stata firmata, per la prima volta in Europa, la Carta dei figli dei genitori detenuti che «riconosce formalmente il diritto di questi minorenni alla continuità del proprio legame affettivo con il genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto del medesimo alla genitorialità». Puo’ spiegare di cosa si tratta?

La Carta è il risultato del protocollo d’intesa fra il Ministro della Giustizia, l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e dal Presidente dell’associazione Bambinisenzasbarre volto a promuovere i diritti dei minori, istituendo un tavolo permanente composto dai rappresentanti dei tre soggetti firmatari, per monitorare periodicamente l’attuazione dei punti previsti dalla Carta. Sono 8 gli articoli che nell’interesse superiore del bambino stabiliscono questioni come le decisioni e le prassi da adottare in materia di ordinanze, sentenze ed esecuzione della pena;  le visite dei bambini all’interno degli Istituti penitenziari e gli altri tipi di rapporto con il genitore detenuto; la formazione del personale dell’Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile; le informazioni, l’assistenza e la guida dei minorenni figli di genitori detenuti; la raccolta dei dati che forniscano informazioni sui figli dei genitori detenuti, per rendere migliori l’accoglienza e le visite negli Istituti penitenziari; la permanenza in carcere dei bambini in casi eccezionali, qualora cioè al genitore non fosse possibile applicare misure alternative alla detenzione.