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Pietro Ferrara1,2, Ester Del Vescovo2

1Istituto di Clinica Pediatrica, Università Cattolica S. Cuore, Roma

2Università Campus Bio-Medico, Roma

Nel mese di giugno 2017 è entrata in vigore la Legge contro il cyberbullismo che si pone l’obiettivo “di contrastare il fenomeno del cyberbullismo in tutte le sue manifestazioni, con azioni a carattere preventivo e con una strategia di attenzione e tutela nei confronti dei minori coinvolti, sia nella posizione di vittime sia in quella di responsabili di illeciti”. La Legge ha introdotto una serie di novità di fondamentale importanza per fronteggiare il fenomeno. Viene data innanzitutto una definizione precisa del fenomeno intendendo per cyberbullismo “qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, in-giuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo”. Una delle principali novità della legge è che anche i minori possono denunciare. È stata abbassata a 14 anni l’età minima per fare richiesta a siti che gestiscono dati o ai social network di rimuovere un contenuto sgradito, anche se apparentemente non prefigura ipotesi di reato; se il sito non provvederà a rimuovere il contenuto entro 48 ore, dovrà farlo il Garante per la protezione dei dati personali entro altre 48 ore. Se il responsabile è una persona che ha dai 14 ai 18 anni, inoltre, non scatterà un processo, ma solamente la cosiddetta “procedura di ammonimento”: una serie di misure di dissuasione simili a quelle già previsto nella legge anti-stalking. Verrà inoltre istituito un Tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, di responsabilità della Presidenza del Consiglio, e ogni scuola sarà invitata a nominare un referente «che avvii corsi di formazione per gli insegnanti così che possano avere le competenze per riconoscere questo tipo di comportamenti».

 

Che cos’è

Il cyberbullismo è una forma di bullismo particolarmente insidiosa e sempre più diffusa tra i ragazzi, frequentatori assidui di social network. Si definisce cyberbullismo qualsiasi azione aggressiva ed intenzionale eseguita persistentemente attraverso strumenti elettronici (sms, foto, video, e-mail, chat rooms, istant messaging, siti web, etc.), da una persona singola o da un gruppo, con il deliberato obiettivo di far male, danneggiare, intimorire, molestare mettere in imbarazzo, far sentire a disagio, un coetaneo che non può facilmente difendersi.

 

Quali sono le caratteristiche

Pervasività ed accessibilità: il cyberbullismo può avvenire in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo. Gli attacchi di questo tipo hanno, pertanto, un rischio maggiore dovuto alla diffusione massiccia ed istantanea che coinvolge un largo pubblico senza nessun tipo di controllo.

Persistenza del fenomeno: i contenuti diffusi in rete rischiano in rimanere online per lungo tempo e sono difficili da rimuovere, anche quando gli atti di bullismo cessano.

Mancanza di feedback emotivo: la rete garantisce in molti casi l’anonimato. La distanza fisica creata dallo schermo riduce l’empatia, e quindi la capacità di comprendere lo stato d’animo della vittima, amplificandone le conseguenze.

Le differenze più significative tra bullismo “tradizionale” e cyberbullismo “virtuale”

Bullismo

 

Cyberbullismo
Identità del bullo

 

Anonimato del cyberbullo
Circoscrizione nello spazio delle azioni bullistiche Diffusione esponenziale ed imprevedibile delle azioni cyberbullistiche

 

Media disinibizione del bullo Alta disinibizione del cyberbullo (grazie all’anonimato)

 

Feedback tangibili nel bullismo Mancanza di comprensione empatica della sofferenza

 

 

Cosa fare?

I genitori rappresentano un modello importantissimo da cui i figli prendono l’esempio sin dai primi anni dell’infanzia; di solito i comportamenti vissuti in famiglia vengono riproposti nella relazione con i coetanei. Qualche volta i ragazzi sono aggressivi e arroganti nei confronti dei loro compagni più deboli, anche per colpa di genitori permissivisti che li difendono in ogni cosa e spesso senza una valida ragione. In generale un contesto educativo e culturale che propone modelli violenti, che istiga la competizione, che giustifica l’uso della violenza e la utilizza per far valere le proprie idee, è predisponente a comportamenti da “bullo”. Tuttavia se i genitori sono presenti ed attenti, se hanno un dialogo costante con i propri figli, se educano al rispetto e all’accoglienza dell’altro e del diverso, se li aiutano a perseguire degli obiettivi, spesso riescono a tenerli lontani dai contesti che possono favorire l’insorgenza di questi atteggiamenti aggressivi.  Oni adulto che si rapporta con degli adolescenti rappresenta un educatore, ruolo a cui non può sottrarsi; pertanto è responsabilità di tutti se un ragazzo diventa bullo o se chi si comporta da bullo non viene contrastato. Le parole chiave della risoluzione del problema restano dialogo, confronto e comprensione.

Quanto è diffuso il fenomeno?

Secondo un’indagine condotta dalla SIP su un campione di 10 mila studenti di età compresa tra di età compresa tra i 14 e i 18 anni, il 12% del campione è stato vittima di cyberbullismo e al 33% è capitato di subire atti di bullismo (il 20% raramente, l’8,4% qualche volta, il 3,3% spesso e il 2,1% sempre).

Nel contesto europeo, secondo una ricerca condotta dal National Center for Education Statistics and Bureau of Justice Statistics, emerge che il 7% degli studenti tra i 6 e i 12 anni sono stati vittime di cyberbullismo. I risultati di un altro studio condotto dal Centers for Disease Control and Prevention, mostrano il 15% degli studenti delle scuole secondarie di primo grado tra i 9 e i 12 anni, sia stato bullizzato online nell’anno precedente.

 

Chi sono le vittime? Chi sono i cyberbulli?
Si tratta molto spesso di un bambino o un adolescente molto sensibile, che non risponde alle offese. La vittima subisce spesso prepotenze per una sua caratteristica particolare. Vi è, inoltre, una determinante prevalenza per le femmine rispetto ai maschi (65% vs. 35%). Si tratta molto spesso di un bambino o un adolescente che mette in atto prevaricazioni, spesso rafforzato dal gruppo dei bulli gregari (o bulli passivi), che online si configurano come tutti quelli che contribuiscono a diffondere le offese, le discriminazioni o che semplicemente, anche solo con un “like”, confermano il cyberbullo nel suo comportamento discriminatorio.

 

Quali possono essere le conseguenze?

Il maggior parte degli adolescenti vittime di cyberbullismo fa esperienza di emozioni negative come: rabbia, agitazione, preoccupazione, stress, paura e depressione. La rabbia è l’emozione più comunemente riportata dalle vittime.

Gli adolescenti che riferiscono episodi di cyberbullismo, specialmente se ripetuti (due o tre volte al mese), sviluppano più frequentemente uno stato depressivo rispetto a coloro che sono stati vittime di sporadici episodi di bullismo.

Tra le vittime di cyberbullismo esiste una forte correlazione con outcomes negativi come sintomi depressivi maggiori e tentato suicidio.

Le ragazze riferiscono più frequentemente sintomi depressivi (36% vs. 21%), pensiero suicida (19% vs. 12%) e tentato suicidio (10% vs. 6%).

 

Quali sono i sintomi somatici?

Oltre alle note sindromi depressive e ansia, sono sempre più numerose le segnalazioni di comparsa di sintomi somatici, come cefalea, dolori addominali, dolori articolari e muscolari, maggiore propensione all’uso di droghe e comportamenti devianti.

Un fenomeno sommerso…

Ciò che preoccupa è il silenzio che ancora troppo spesso permea le vittime di queste prevaricazioni. Si stima, infatti, che solo 1 minore su 10 informi un adulto dell’essere stato vittima di bullismo offline o online. In Italia quasi uno su quattro non ne ha parlato con nessuno.