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di Giovanni Corsello, Professore ordinario di Pediatria, Università di Palermo

Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, esattamente cinquanta anni fa, un violento sisma colpì una vasta area della Sicilia occidentale, la Valle del Belice, compresa tra le Province di Trapani, Agrigento e Palermo. Interi paesi furono rasi al suolo in pochi attimi, provocando migliaia di morti e di feriti. Alcuni paesi non risorsero più e quelle comunità per decenni hanno imparato a convivere con precarietà, baraccopoli, assenza di servizi a seguito di una ricostruzione lenta, ostacolata da mille problemi e difficoltà burocratiche, finanziarie ed amministrative.

E’ stato il primo terremoto ad avere la ribalta della cronaca televisiva: le scene di dolore e di terrore per la prima volta erano mostrate in diretta e scossero le coscienze di uomini e donne in tutta Italia e nel mondo. I nomi di alcuni di quei paesi riecheggiano ancora nei ricordi di chi cinquanta anni fa subì lo choc della tragedia in diretta: Montevago, Gibellina, Santa Margherita Belice, Salemi.

Il terremoto cambiò anche il nome di quella valle e di quei paesi, che erano stati sempre pronunciati con l’accento sulla “i” di Belice, ma che nelle cronache di quei giorni convulsi, giornalisti televisivi e radiofonici ignari della fonetica originaria, divenne Belice con l’accento sulla “a” e così da allora è rimasto.

I bambini non furono risparmiati da quella immane tragedia. Il numero dei bambini morti, feriti e abbandonati senza più famiglie e genitori non è mai stato precisato. La solidarietà di tutto il Paese fu grande in termini di vettovaglie, farmaci e generi di prima necessità.

L’unico centro ospedaliero pediatrico di riferimento per quel territorio era a Palermo: era l’Ospedale dei Bambini e la Clinica Pediatrica diretti dal Professor Michele Gerbasi. La sua decisione fu immediata lo stesso giorno del terremoto: trasferire un reparto dell’ospedale nella Valle del Belice per prestare i primi soccorsi e identificare i casi da trasferire in Ospedale per le cure più avanzate, memore di quanto era stato fatto nel 1943 durante la seconda guerra mondiale, quando a seguito dei bombardamenti su Palermo, l’Ospedale dei Bambini si trasferì in parte a Monreale per poter continuare ad erogare assistenza ai Bambini con patologie gravi correlate con la malnutrizione e la povertà diffuse.

Così, per oltre 6 mesi, i bambini ebbero la possibilità di essere curati da pediatri con esperienza ospedaliera per le patologie acute e croniche connesse con il terremoto e con la vita grama e precaria che si svolgeva nelle tende e nelle baracche approntate nell'emergenza. Un esempio di pediatria sociale in un’ epoca in cui non esisteva ancora la pediatria del territorio, i pediatri erano pochi e concentrati in pochi ospedali, spesso lontani dai piccoli paesi con una viabilità difficile e precaria. La cultura dell’emergenza e della solidarietà vennero coniugate e consentirono ai bambini di alleviare almeno in parte le conseguenze di quella immane tragedia sulla loro salute. Il ricordo di quella esperienza restò a lungo nella memoria dei pediatri che parteciparono con passione ed emozione alle turnazioni nel Belice.