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Gaetano Scalise avvocato del foro di Roma

È allo studio del governo uno scudo penale e civile per i sanitari impegnati nella lotta contro il COVID-19.

Da indiscrezioni giornalistiche sembrerebbe che i comportamenti dei medici saranno “scriminati” con l’eccezione dei casi di dolo. In sostanza crediamo che il governo si sia reso conto come in questo momento di grande emergenza ci fosse bisogno anche di una previsione emergenziale a tutela della categoria più esposta e che sta pagando anche con il prezzo della vita il suo impegno.

La scelta ci sembra, una volta tanto, ispirata anche a criteri di buon senso, se solo si pensa che molti sanitari stanno operando al di fuori della loro specializzazione con la conseguenza che l’attuale formulazione ed interpretazione giurisprudenziale della Legge Gelli non li terrebbe al riparo da responsabilità.

Difatti, l’art. 590 sexies, a causa della sua formulazione non proprio chiara, ha destato dubbi interpretativi risolti dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione che ancorano l’applicazione della previsione normativa  all’osservanza  delle linee guida e delle buone pratiche assistenziali (che nel caso in specie in questa emergenza mancano del tutto, visto che si stanno utilizzando farmaci sperimentali e visto che la pandemia che si sta fronteggiando non ha precedenti), applicazione poi ulteriormente ristretta ai casi di imperizia.

Che dire poi della responsabilità dello specializzando, che certamente in questa fase emergenziale sta svolgendo un ruolo di primo piano nel coadiuvare (e a volte addirittura sostituire) il tutor all’interno del reparto? Se si applicassero i canoni ermeneutici della più recente giurisprudenza, si creerebbe un caos giacché la Corte di Cassazione, in una recente sentenza (6215 del 10/12/2019) ha affermato che:In tema di colpa professionale, il medico specializzando è titolare di una posizione di garanzia in relazione alle attività personalmente compiute nell'osservanza delle direttive e sotto il controllo del medico tutore, che deve verificarne i risultati, fermo restando che la sua responsabilità dovrà in concreto essere valutata in rapporto anche allo stadio nel quale al momento del fatto si trovava l'iter formativo.  (La Corte ha precisato che il medico specializzando deve rifiutare i compiti che non ritiene in grado di compiere, poiché in caso contrario se ne assume la responsabilità a titolo di cosiddetta colpa per assunzione).

Davvero evidente come occorra un intervento legislativo che limiti, in tale contesto, la responsabilità (civili e penali) del sanitario e delle strutture sanitarie, alle sole ipotesi di dolo, al fine di evitare futuri esercizi interpretativi, e prevenire quello che, senza timore, possiamo definire uno sciacallaggio giudiziario, con l’instaurarsi di contenziosi sulla pelle di chi sta facendo l’impossibile per tutta la collettività.

Al termine dell’emergenza, si potrà poi pensare ad un intervento sistematico che disciplini la responsabilità del sanitario in modo ancor più chiaro, delimitando il perimetro della colpa grave che tenga anche conto dei c.d. fattori contestuali ed ampliando la portata dell’art. 590-sexies C.P. ben oltre il limite dell’imperizia lieve statuito alla sentenza delle Sezioni Unite.