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di Gaetano Scalise, avvocato del Foro di Roma

 

 

 

L’ipotesi allo studio del governo di uno scudo penale e civile per i sanitari impegnati nella lotta contro il COVID-19 è rimasta lettera morta e le varie proposte ed i vari emendamenti (Marcucci – Quagliarello e altri – Salvini e altri) non sono stati poi tramutati in una norma da inserire nel prossimo decreto c.d. “cura Italia” che verrà votato (con la fiducia) oggi a Montecitorio.

L’unica norma rimasta in vita riguarda l’art. 5-quater, che contiene una scriminante che circoscrive la responsabilità dei soggetti attuatori gli acquisti al solo dolo, e li sottrae al controllo della Corte dei Conti. Per carità una misura comprensibile per sciogliere un nodo burocratico e semplificare procedure necessarie a fronteggiare l’emergenza, ma nulla rinveniamo di altro.

Siamo alle solite, si fa sempre un gran parlare dei sacrifici (anche in termini di vite umane) che la categoria dei sanitari ha dovuto sostenere nell’affrontare l’emergenza non ancora terminata e, su altri fronti, schiere di pseudo-professionisti sono pronti ad agitare atti giudiziari contro i medici.

Avevamo scritto di aver avuto la sensazione che il governo si fosse reso conto che in questo momento di grande emergenza ci fosse bisogno anche di una previsione emergenziale a tutela della categoria più esposta, ma sembra che i vari emendamenti proposti siano finiti nel nulla.

Avevamo immaginato un legislatore partecipe delle straordinarie difficoltà in cui stanno operando gli operatori della sanità, così come avevamo immaginato un legislatore che, pur non rinunciando al necessario mantenimento della razionalità e della coerenza dell’ordinamento, agisse “cum grano salis” su un tema certamente delicato e, senza prevedere una scriminate tout court, emanasse una o più previsioni normative chiare e dirette che consentissero a chi in questo momento emergenziale ha dato fondo alle proprie energie fisiche e psicologiche di sentirsi protetto proprio da chi quelle energie ha chiesto venissero messe in campo senza risparmio.

Il che non significava che la richiesta fosse quella di favorire infermieri e medici, giacché non sarebbe stato necessario interrompere i principi giuridici che governano la colpa professionale perché infermieri e medici stanno sicuramente agendo correttamente a fronte di condizioni eccezionali.

Il tema non è quello di creare norme ad hoc che li difendano da una condanna, sia essa in campo civilistico o penalistico, perché l’applicazione puntuale delle norme attuali consentirebbe (sebbene dopo anni di tormenti giudiziari) di essere giudicati con ogni probabilità esenti da responsabilità.

Il tema è quello di evitare che coloro i quali sino ad oggi sono stati definiti come “gli eroi del nostro tempo” abbiano poi a sostenere il gravoso impatto che costituisce l’essere sottoposti a procedimenti civili o penali.

Come avevamo già scritto, la scelta di inserire una norma chiara ci era sembrata, una volta tanto, ispirata anche a criteri di buon senso, se solo si pensa che molti sanitari stanno operando al di fuori della loro specializzazione, o che vengono impiegati specializzandi che ancora non hanno concluso il loro ciclo di formazione, con la conseguenza che l’attuale formulazione ed interpretazione giurisprudenziale della Legge Gelli non li terrebbe al riparo da azioni giudiziarie.

E allora non possiamo che sollecitare il Parlamento ed il Governo affinché approntino un intervento legislativo che limiti, in tale contesto, la responsabilità (civile e penale) del sanitario e delle strutture sanitarie e prevenga l’instaurarsi di contenziosi sulla pelle di chi sta facendo l’impossibile per tutta la collettività.

Occorrerebbe una norma ad hoc, che sia aderente ai principi Costituzionali, e/o un intervento più semplice, quale, ad esempio, quello dell’Istituto Superiore di Sanità, che pubblichi con urgenza, ai sensi dell’art. 5 della Legge Gelli, le “Linee Guida” per la gestione ed il contenimento di questa emergenza.

O, in alternativa, che organi ministeriali individuino in tempi assai rapidi le “buone pratiche assistenziali” da attuare in questo momento di emergenza epidemiologica e che, in assenza di linee guida, potrebbero dare agli operatori sanitari lo schermo protettivo richiesto dalla Legge Gelli.

Per concludere, crediamo che occorra un segnale chiaro ed immediato per regolamentare una situazione eccezionale ed emergenziale, dando a chi ha operato in tale contesto una disciplina chiara e con norme che si inseriscano in una cornice insuscettibile di interpretazioni.

Ribadendo che, al termine dell’emergenza, si dovrà pensare ad un intervento sistematico sulla Legge  Gelli che disciplini la responsabilità del sanitario in modo ancor più trasparente, delimitando il perimetro della colpa grave in modo che tenga conto dei c.d. fattori contestuali e soggettivi in cui opera il sanitario.