Con l’Ordinanza n. 1662 del 21 aprile 2017, il Consiglio di Stato ha confermato – all’esito del primo e sommario esame tipico della fase cautelare – la legittimità della delibera del Comune di Trieste avente ad oggetto l’assolvimento dell’obbligo vaccinale quale requisito per l’accesso alle scuole materne comunali e ai servizi per la prima infanzia Con la pronuncia in commento il Collegio ha, difatti, rigettato la richiesta di sospensione in via cautelare della Sentenza del TAR Friuli Venezia Giulia n. 20/2017 con cui pochi mesi fa, attraverso un approfondito contemperamento dei contrapposti interessi individuali e collettivi coinvolti, era stato rigettato il ricorso promosso da due coppie di genitori di bimbi in età prescolare avverso la suddetta delibera.

Il tema affrontato dal Tribunale regionale friulano – e oggi al vaglio del Supremo organo della Giustizia amministrativa – risulta di particolare importanza, in quanto ha permesso ai Giudici amministrativi di fissare alcuni principi fondamentali in una materia che desta non pochi spunti di discussione.

In particolare, i Giudici – al fine di pronunciarsi sulla legittimità o meno della delibera comunale – hanno anzitutto evidenziato come in Italia esistano, ad oggi, quattro vaccinazioni obbligatorie per legge (ossia antidifterica, antitetatica, antipoliomelitica e vaccinazione contro l’epatite B), la cui obbligatorietà non è mai stata invero abrogata.

L’obbligatorietà dei richiamati vaccini non è mai stata abrogata, ma con l’emanazione dell’art. 1 del d.P.R. n. 355/1999 il legislatore ha permesso l’iscrizione degli alunni alla scuola dell’obbligo anche in caso di mancato adempimento all’obbligo vaccinale previsto per legge, al fine di tutelare la posizione dei genitori che, pur in presenza dell’obbligo di legge, scelgano di non vaccinare i propri figli.

Ebbene, secondo i Giudici amministrativi la suddetta previsione, in quanto eccezione alle norme che impongono le quattro vaccinazioni sopra richiamate, deve ritenersi strettamente applicabile solo per le fattispecie in essa esplicitamente contemplate, ossia per l’iscrizione alla scuola dell’obbligo.

La medesima norma non risulta, invece, rilevante nel caso di specie in cui il requisito dell’assolvimento dell’obbligo vaccinale è stato previsto per usufruire dei servizi educativi comunali per l’età da 0 a 6 anni, in coerenza con il sistema normativo generale in materia sanitaria e con le esigenze di profilassi imposte dai cambiamenti in atto evidenziati dai Giudici amministrativi in termini di “minore copertura vaccinale in Europa e aumento dell’esposizione al contatto con soggetti provenienti da Paesi in cui anche malattie debellate in Europa sono ancora presenti”.

Il ragionamento che ha portato il TAR prima, e il Consiglio di Stato oggi, a validare il comportamento tenuto dal Comune di Trieste poggia, difatti, sull’assunto secondo cui “il rischio derivante dalle vaccinazioni può diventare superiore a quello di contrarre le malattie oggetto delle vaccinazioni stesse solamente ove gli altri soggetti presenti nel territorio abbiano sottoposto i loro figli alle vaccinazioni”.

In altri termini, i Giudici hanno valutato che ove la scelta di non sottoporre i figli a vaccinazione si diffondesse oltre una determinata percentuale di genitori, il rischio di contrarre le malattie oggetto di vaccinazioni aumenterebbe esponenzialmente e, per tale ragione, pur nel rispetto della potestà genitoriale, nel caso di specie l’interesse individuale deve regredire rispetto all’interesse pubblico, in particolare poiché si tratta di tutela della salute.

Alla luce di ciò, come confermato oggi dal Consiglio di Stato, i principi di precauzione e di proporzionalità consentono al Comune di prevedere l’impossibilità di iscrizione agli asili comunali, quale conseguenza della libera e responsabile scelta di non vaccinare i bimbi, la quale comunque – sottolinea ancora il Collegio – si pone contro la legge vigente.

I principi così cristallizzati dal Collegio di secondo grado risultano di particolare rilevanza per la comunità scientifica in quanto confermano la preminenza dell’interesse generale rispetto a quello dei singoli, pur dovendo attendere la pronuncia di merito per ritenere definitivamente chiarita la questione.

 

Margherita Scalise, avvocato amministrativista Foro di Roma

 

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